29 settembre 2010

IL CICLO DEL FRUMENTO - PRIMA ARATURA



Da diversi anni mi “frullava” in testa il progetto per una manifestazione, storico-didattica-rievocativa, di tutte le fasi della coltivazione tradizionale del frumento, ma solo quest’anno ho trovato le persone e le associazioni giuste per realizzarlo.
Detta manifestazione, che si esplicherà nel corso di tutto l’anno agricolo, si prefigge di far rivivere e far conoscere le fatiche di un tempo, per produrre il pane per la famiglia. Il tutto registrato in un DVD.
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 IL CICLO DEL FRUMENTO

 (da un'idea di Gianni Di Pasquale)


 presentato e realizzato dalle associazioni

PRO LOCO SORTINO

SICILIANTICA SORTINO

PIU' SICILIA SORTINO

A CASA DO FASCITRARU SORTINO 

AMICI DELLA TERRA SORTINO
(Vincenzo Di Pasquale, Paolo Birritta, Luigi Buccheri, Paolo Pagliaro) 
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Tutte le fasi della coltivazione saranno eseguite nel campo, ceduto gratuitamente per un anno, dell’agriturismo “Le Case Rosse” (contrada Albinelli) Sortino.

Le riprese video, saranno realizzate (a titolo gratuito) da:

PINO ADORNO (Sortinese doc)

 

I semi saranno forniti gratuitamente da:

PUNTO VERDE di Giuseppe Bucello (Sortino)

La grafica dei manifesti è stata realizzata (gratuitamente) da:
CESARE SEQUENZIA  (Sortinese doc.)

La stampa dei manifesti e volantini sarà fornita (a proprie spese) dall’associazione:
PIU’ SICILIA SORTINO

La stampa del tabellone sul campo   sarà  offerta dalla tipografia
F.lli  TUMINO (Sortino)

La cornice in alluminio e l’istallazione del tabellone sul campo, saranno offerte dalla ditta C.I.M. di Giuliano Francesco (Sortino).

Grazie alle persone, alle associazioni e alle ditte di cui sopra, possiamo ben sperare che questa manifestazione potrebbe realizzarsi (unico caso nella storia...)
 A COSTO ZERO!
 La prima fase (u maìsi) si svogerà il 2 ottobre 2010 (presso l'agriturismo "le case rosse" contrada albinelli Sortino) consistente nell'aratura, con aratro tradizionale in legno tirato da un asinello, forniti da Vincenzo Di Pasquale; guidati dallo stesso, da Paolo Birritta, Paolo Pagliaro e da quanti vorranno "cimentarsi" nell'impresa.

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 1° MANIFESTO UFFICIALE DELLA PRIMA ARATURA

Si prevede la presenza di un folto pubblico e varie scolaresche

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Queste le fasi della coltivazione
(Le date esatte saranno comunicate, con apposito manifesto, in prossimità dell’evento):


PRIMA ARATURA (Maìsi): 

2 ottobre 2010.

SECONDA ARATURA (Rifunnuta): 
fine ottobre 2010.

SEMINA:  
metà novembre 2010.

ZAPPETTATURA MANUALE. (Zappuliata) 
nel mese di marzo 2011.

ESTRAZIONE MANUALE DELL’ERBA (Scirbatura) 
nel mese di aprile 2011.

RACCOLTA DELL’AMPELODESMA (a liammi): 
nel mese di aprile2011

MIETITURA: 
inizio luglio 2011.

PREPARARE L’AIA (Abbunari l'aria): 
fine luglio 2011.

TREBBIATURA (Pisatura) con canti dell’aia: 
fine luglio 2011.

 SPAGLIATURA E VAGLIAURA con  il vento: 
fine luglio 2011.

NOTTE BIANCA SULL’AIA: 
la stessa sera della trebbiatura


Tutti i lavori organizzativi e manuali saranno realizzati (a titolo gratuito) da volontari, dalle associazioni e dagli “amici della terra”.
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 Poichè sono un “sciurtinisi no munnu” non potrò assistere a tutte le fasi della coltivazione, ma, grazie alle riprese di Pino Adorno e alle foto di amici e spettatori, sarà possibile (spero) documentare nel blog tutti gli eventi e i momenti della manifestazione.
(Gianni Dip)
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QUALCHE VIDEO AMATORIALE, IN ATTESA DEL VIDEO PROFESSIONALE DI PINO ADORNO:
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Prima aratura (maìsi) sortino 2-10-2010
PRIMA PARTE
- presentazione e ringraziamenti -
 

SECONDA PARTE
- L'aratura -

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FOTO DELL'EVENTO
Prima aratura (maìsi) Sortino 02-10-2010


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7 commenti:

Ammammaluccatu ha detto...

Quannu i fogghi ri l’arburi cuminciunu nterra a
càriri, ti ricunu ca l’autunnu è arrivatu,
ti ricunu ca è ura ri fari maisi.

Sbogghia u vitranu o risbigghiarinu,
nna spatra, appisu iavi u tascapani, cu
dintra n’pezzu ri furmaggiu e na vastetra ri pani.

Camina canticchiannu na canzuna
mentri, nu raggiu ri suli matinaru nna
frunti si ci posa nno camminu.

Allevira, a campagna s’arrisbigghia,
c’oviri passari tutti i jorni a stissa ura,
saluta tutti l’arburi co pinzeri,
e a terra biniritta ca l’onura.

Poi, a mula ‘nn’aratu, ca massa appizzata
mpaia, senza mai emettiri n’lamentu:
dissoda cu st’aratu lu tirrinu
facennu surchi. pi tutta la chianura.

A manziornu, stacca mpizzutru stu mischinu,
attacca a coffa a mula, e macari itru, n’muzzicuni ri
pani a mprescia a mprescia si cunsuma.

Accabbata ri mangiari, ricumincia a travagghiari,
finu a quannu veni a sira, e a casa s’arritira,
pigghiatu ri sururi ma cuntentu, pirchì a priparatu
u canzu, pi putiri siminari n’anticchia ri frummentu.

Il giornale "LaSicilia" del 06-10-2010 ha detto...

SI RITROVA A SORTINO IL CICLO DEL GRANO.
Sortino. Fino alla metà del secolo scorso la scena dell'aratura della terra era abituale. Oggi è diventata qualcosa di speciale. Su iniziativa di Gianni Di Pasquale, un sortinese che vive in Lombardia ma che non ha dimenticato i suoi trascorsi iblei, ha riscosso un grande successo di pubblico e scolaresche la prima giornata del «ciclo del frumento», che si è svolta in una porzione di terreno di un agriturismo di contrada Albinelli.
La manifestazione è iniziata con l'arrivo dell'asinello al quale era stato «'npaiato» l'aratro tradizionale in legno. Dopo questa fase preliminare, è iniziata la prima aratura del terreno («'u maisi») seguita con interesse da adulti e bambini, i quali, fortemente incuriositi dall'operazione, hanno simpaticamente «invaso il campo» per toccare con mano l'aratro e l'asinello.
Nonni e genitori li hanno issati in groppa al mansueto animale per qualche foto ricordo. L'evento è stato organizzato dalle associazioni sortinesi Pro loco, SiciliAntica, Più Sicilia e dalla Casa museo «A casa do fascitraru».
Alla guida dell'aratro si sono alternati gli «Amici della terra» Vincenzo Di Pasquale, Paolo Birritta, Paolo Pagliaro e Gino Magnano.
Questa manifestazione è stata il primo passo di un grande progetto che viene portato avanti da Gianni Di Pasquale, il quale si prefigge di attuare la coltivazione tradizionale del frumento, con metodi e strumenti antichi, illustrata da una serie di manifestazioni pubbliche che si svolgeranno nel corso del 2010 e del 2011 per culminare nel mese di agosto 2011 con la raccolta del frumento e la produzione del pane.
P. M.

Gino Buccheri ha detto...

Note iniziali su esperienza seminativa (PRIMA PARTE)
Cari amici,
come sapete vogliamo realizzare un’esperienza completa sul ciclo annuale della produzione del grano. Animatore di detta manifestazione è Gianni Di Pasquale, il quale si avvale di persone di una certa età che in gioventù hanno vissuto ed effettuati i vari lavori dell’annata agraria. Quelli che sono miei coetanei, ed anche più grandi, certamente avranno molto altro da dire, di quanto non possa dire io personalmente, anche perché i vari discorsi che si possono affrontare non potranno mai essere esaustivi di un determinato argomento. Entrando nel vivo dell’argomento faccio delle suddivisioni necessarie per far comprendere alle nuove generazioni, che non hanno per niente vissuto il mondo agricolo, oramai completamente scomparso nel sistema tradizionale, che si perpetuava da sempre. Ma con l’avvento della meccanizzazione è stato stravolto, da eventi che potremmo definire “una rivoluzione pacifica”. Ecco di seguito i vari argomenti:
1) LA SEMINA: che di per sé è un’unica azione si collocava in tutto quel periodo genericamente detto “u prummintiu”. U prummintiu, diciamo che andava da settembre a dic-gen, in quanto “abbracciava tutto il periodo dei lavori connessi alla semina. Questa era preceduta da una preparazione che iniziava già verso la mettà di agosto, iniziando a smacchiare e fuchiari il terreno scelto per la semina, e si presentava già pregnante di promesse future, perché già era il viatico della futura raccolta. Intanto si preparavano tutte le attrezzature necessarie, o comunque si aggiustavano quelle di cui si era in possesso dagli anni precedenti, ma essi necessariamente avevano bisogno di qualche riparazione ed anche di nuovi acquisti per sostituire del materiale molto usurato. Gli acquisti venivano effettuati nelle fiere presso i vari centri abitati, che in concomitanza con le festività estive e dei santi patroni venivano indetti dalle Amministrazioni Comunali. Dopo tutta questa fase preparatoria, si iniziava a fari “maisi”, in pratica di tratta della prima aratura del terreno messo a cultura, derivando il suo termine da “maggese”, diciamo lavori di maggio che a volte venivano effettuati in un terreno ove era stato mietuto del fieno e subito si dissodava, mettendo il terreno al sole per tutta l’estate, ove aveva modo di arricchirsi di sostanze azotate. Ma siccome il maisi non sempre si poteva o conveniva farlo all’inizio dell’estate, perché il terreno diveniva un pascolo estivo, che il proprietario poteva sfruttare in proprio o darlo a terzi. Quindi il vero maisi abitualmente iniziava dopo la festività di Santa Sofia, protraendosi per circa 1; 1-1/2 mese, a secondo del terreno che si intendeva seminare, anche in considerazione del tempo atmosferico, ed anche perché la semina non è consigliabile effettuarla molto presto. Diciamo che il tempo della semina veniva scandito prima dalla capacità del terreno e poi dagli impegni dell’agricoltore. Una semina effettuata molto presto (set-ottobre) non era il viatico di una buona raccolta, in quanto la cultura viene poi assalita da parassiti che quasi la distruggevano, in un termine molto usuale per noi “assuzzunava”. Naturalmente vi potevano essere delle eccezioni ed erano e sono rappresentate “da furrania e ‘do ffenu”. Queste culture che servivano per l’alimentazione degli animali, la prima già in dicembre-gennaio si mieteva come erba per uso vitelli da ingrasso, o comunque animali da sostenere nell’alimentazione. Il secondo verso dic-gen si faceva pascolare portandolo a zero, che si rendeva più uniforme e pronto “’o riputru”.
FINE PRIMA PARTE

Gino Buccheri ha detto...

Note iniziali su esperienza seminativa.
(SECONDA PARTE)

Prima di arrivare alla semina vera e propria a volte si rendeva necessaria una seconda aratura ed anche due, denominata “rifunniri”. Ossia, quando il terreno era molto “sporco”, ovvero rivestito di erba bisognava fare in modo che restasse pulito per consentire alla semina di progredire bene, ed avere la premessa di una buona raccolta futura. In linea di massima i nostri terreni di proprietà, già bonificati li seminavamo tutti gli anni effettuando una rotazione nel tipo di semenza, in modo che su una cultura di leguminose, detta “terra conza” si seminava il frumento. In una parola i “tirrini erano messi ‘ntrizzaria”. Mentre per terreni presi in affitto, essendo che essi in genere l’anno precedente erano stati pascoli, non era necessaria rifunnirli, in quanto “accettavano” bene la nuova cultura non facendo nemmeno erba in mezzo al grano. In alcuni, addirittura si seminavano “a facci”. Ossia la prima aratura (il maisi) corrispondeva alla semina, queste in genere erano i “tirrini russi” e tante volte pur seminati a facci, davano buone raccolte. Per i terreni presi in affitto, esistevano vari sistemi di pagamento: mezzadria (“a mmitararia”); a “”ttirraggiu”, questo sistema stava ad indicare ad esempio se io prendevo 4 tumuli di terreno a seminare e dovevo dare 4 tumuli di frumento, era 1 “tirraggiu”, se 8 tumuli erano due tirraggi, oppure tre-quattro tirraggi, eccetera. Queste regole erano legati prima alla capacità del terreno, secondo alla richiesta da parte del contadino. Per capirci, con l’avvento dell’industria che nessuno voleva più seminare i terreni, essi potevano venire anche dati a ½ tirraggio. Vi furono dei casi in contrada Gancio, nel dopoguerra la cooperativa agricola dava il terreno a seminare ad ¼ di tirraggio, essendo che il terreno molto argilloso, non dava molto affidamento nella futura raccolta. In questo modo i contadini, si trovavano consenzienti e mettendo a cultura i terreni, l’anno successivo si avevano i pascoli “ammasticagghiati”. Cioè: il pascolo è “masticagghiu” a seguire sulla “ristuccia” (le stoppie). U masticagghiu da ottimi pascoli, che gli animali prediligono, perché l’erba è più dolce e ubertosa. Porto un esempio su una signora che rivolta al marito diceva: “Vincenzo pirchì nun trovu acchiui, urranii e ggiri”? La risposta stà “u tirrinu ‘nsarbbaggiutu, nun ffà chhiù nnenti”. Un aspetto molto vivo nella mente di persone anziane, che passa inosservato “’e ‘nno succursu”. Il soccorso in pratica consisteva, diciamo il proletariato (termine moderno) che non possedeva niente e moriva quasi di fame. Nel prendere il terreno a seminare, il padrone o il fiduciario (Camperi), oppure in altri casi “u ggabillotu”, anticipavano a questo contadino il frumento sia per mangiare e sia per seminare ed alla raccolta veniva tutto recuperato. Quindi il padrone prima si misurava il suo anticipato e poi si divideva o si pagava il tirraggiu. Lascio immaginare cosa poteva succedere durante questa fase di divisione? Se era una brutta annata di raccolta, il povero contadino poteva benissimo trovarsi in debito nei confronti del padrone, il quale voglio credere (io materialmente non ho vissuto queste vicende, ma diciamo che l’ho respirate), se un tipo umanitario poteva anche “benedire il mancante”, invece se cattivo d’animo, avere altre pretese di sfruttamento del poveraccio in lavoro manuale e anche prestazioni di natura sessuale da parte delle sue donne (moglie e figlie). In un unico termine si diceva “u vitranu si ni turnava a ccasa soia, ‘ca trarenda ‘ncotru”. Ma intanto aveva mangiato tutto l’anno e poi iniziava daccapo la nuova annata agraria. Per contro il padrone aveva rinnovato il suo frumento, perché come noto. Il cereale immagazzinato, alla fine “fa i vermi” e si và via via consumando. Seguiranno le cure che il campo di grano richiedeva prima di arrivare alla mietitura.
FINE SECONDA PARTE

Gino Buccheri ha detto...

Note iniziali su esperienza seminativa.
(TERZA PARTE)
Dopo la manifestazione di aratura del terreno avvenuta il 2 ottobre 2010, qui a Sortino in particolare, e nel sud in generale, il tempo atmosferico è stato molto piovoso. Le piogge si sono susseguite con intermittenza costante e data la temperatura ancora alta, sia del terreno e sia dell’aria, il nostro terreno da seminare si è “ngnirbatu” oltre il limite consigliabile. Difatti ho suggerito una “rifunnuta” ed anche due, altrimenti la nostra esperienza naufragherà “ammenzu l’erba”. Intanto speriamo che il tempo si metta al bello, in modo che la rifunnuta possa essere efficace. Per i non addetti, preciso che efficace stà ad indicare che durante l’aratura-rifunnuta non solo il tempo deve essere bello, ma dovrebbe persistere un leggero ponentino, in modo che l’erba muoia ed il terreno sia pulito prima della semina, che dovrebbe avvenire grosso modo agli inizi di dicembre. La semina può avvenire in due modi basilari: primo a “bbiolu”, ossia la semente si butta nel solco, uno si ed uno no,. in modo che le piantine di grano che si presenteranno a filare, siano abbastanza larghe, diciamo circa 30-40 cm in modo che poi si possa tutto il campo “zappuliari”. La zappuliatura avviene con zappa o zappuni ed il lavoratore mettendosi a cavallo di due filari porta avanti a “mpara” in salita. Finita la ‘mpara, si ridiscende e si inizia nuovamente dalla parte bassa. Questo tipo di semina, in genere veniva adottata in terreni messi a cultura tutti gli anni, i quali hanno bisogno di maggior cura, in quanto il terreno abitualmente produce maggior erba, sia prima della semina e sia durante il ciclo del grano. Quindi và da sé che il seminato deve essere molto seguito durante il suo ciclo per poter aspirare ad una buona raccolta. Secondo a “straccu”, ovvero a spaglio. In questo caso perché il seminatore possa avere una traccia di dove buttare la semente il terreno si seziona con dei solchi con una distanza tra un solco e l’altro di circa 3-4 metri. La semina deve avvenire con le spalle al vento, in modo che la semente tende spontaneamente a distribuirsi uniformemente nella sezione che nel nostro dialetto viene detta “a spiria”. La semina potrebbe avvenire anche con una andata ed un ritorno, ma và da sé che se il seminatore è ostacolato da forte vento, la semente gli cade nei piedi. Quindi per poter adottare il và e vieni vi deve essere assenza di vento. La semina a straccu si predilige in terreni che in genere venivano seminati ad annate alterne, o semplicemente una semina di fieno o campi per produrre erba da pascolo.
FINE TERZA PARTE

Gino Buccheri ha detto...

Note iniziali su esperienza seminativa.
(QUARTA PARTE)
Tornando nella semina a bbiolu, negli ultimi anni che il mondo agricolo era ancora fiorente, venne introdotto un attrezzo denominato: “a zzappa cavalla”, questo attrezzo composto da 4-5 zappette messe sfalzate ed un manubrio, veniva trainato da un quadrupede, il quale seguiva la “virsura” dei filari e dissodava il terreno in mezzo al grano. Diciamo che questa operazione “’ca zzappa cavalla” sostituiva il lavoro di zappuliatura, molto più lungo ed impegnativo, ma certamente più redditizio nella pulizia del grano. La semina non è una semplice operazione di buttare la semente a terra, ma diciamo che richiede una certa tecnica, la quantità buttata nel terreno è legata alla capacità del terreno stesso. Un terreno di scarsa capacità vuole poca semenza, per contro un terreno più capace vuole maggior semenza, anche perché il terreno si poteva presentare diciamo a “batrottili o taffuni”, il chè contribuiva a far perdere della semenza. Ossia sotto un blocco di terra il seme non è capace di uscire fuori il germoglio. Quindi più seme per bilanciare la nascita del seme. Questo mi dà modo di dire, che quando il contadino aveva il soccorso dal padrone, lucrava anche sul frumento da buttare nel terreno seminato, per spuntare piccole quantità da usare per mangiare. Intanto bisogna precisare che la semente veniva “nquacinata”, ossia veniva sciolto del solfato di rame nell’acqua e con questa veniva spruzzato tutto il mucchio della semente, rimescolandola con una apposita pala. La nquacinata serviva per prevenire malattie della futura produzione, come “u niuru”. Spighe che venivano completamente nere, quasi fumo. In tema di terreno a taffuni, qualche volta si poteva far passare nel terreno arato delle greggi, i quali molto numerosi 100-200 animali ed anche più con i loro piedi briciolavano tutti i taffuni, favorendo la nascita del seme. Tutto questo discorso è preceduto dalla nascita del seme che fuoruscendo dal terreno rimasto soffice dopo la semina, iniziando a fuoruscire la fogliolina sembra un ago che esce dalla stoffa e per similitudine si diceva: “a simenza stà pungennu”. La nascita poi si prestava a critiche del tipo: “a simenza nun nà saputu ittari, ‘e tutta spara”. Quindi il ragazzo imparando sotto lo sguardo vigile e critico nello stesso tempo del padre o dei fratelli maggiori cercava l’uniformità del getto e la giusta quantità, perché un detto recita: “u lauri troppu ncuttu nun po’ spicari”, da questa frase del mondo contadino metaforicamente si intende di due persone in continuo dissidio. Prossimamente seguiranno altre spiegazioni inerenti alla crescita della cultura cerealicola.

Un caro saluto a tutti i "sciurtinisi no munnu"
Gino Buccheri

Anonimo ha detto...

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